Per molti utenti #OpenAI e il suo prodotto di punta, #ChatGPT, hanno rappresentato fin dall’inizio qualcosa di diverso dalle piattaforme digitali tradizionali: uno spazio conversazionale apparentemente neutro, privo di banner, interruzioni o messaggi #sponsorizzati. Un luogo dove porre domande, cercare informazioni e prendere decisioni senza la sensazione di essere parte di un mercato #pubblicitario. L’annuncio dell’introduzione degli spot in chat, a partire dagli #StatiUniti, segna però un cambiamento profondo e simbolico: l’#intelligenzaartificiale generativa entra ufficialmente nell’economia dell’advertising.
La scelta di OpenAI non arriva per caso. In pochi anni ChatGPT è diventato uno strumento di uso quotidiano per centinaia di milioni di persone, modificando in modo sostanziale le abitudini di ricerca online. Molte domande che prima passavano dai motori di ricerca ora trovano risposta direttamente in una conversazione con l’AI. Questo spostamento di attenzione ha eroso traffico, clic e tempo di permanenza su siti e piattaforme che per decenni hanno basato il proprio modello di business sulla pubblicità. In altre parole, ChatGPT non è più solo una tecnologia: è un nuovo snodo centrale dell’informazione digitale.
A questa centralità corrispondono però costi enormi. Mantenere e addestrare modelli di intelligenza artificiale di grandi dimensioni richiede infrastrutture avanzate, potenza di calcolo continua e investimenti costanti. Finora OpenAI ha sostenuto questa crescita attraverso abbonamenti, partnership strategiche e finanziamenti, ma l’espansione dell’utenza rende evidente che servono nuove fonti di ricavo. La pubblicità diventa così non solo una scelta strategica, ma una necessità strutturale.
Il modello scelto, tuttavia, è diverso da quello a cui il web ci ha abituati. Non si parla di banner invasivi o di link sponsorizzati nascosti tra i risultati, ma di annunci inseriti all’interno del flusso conversazionale. Un formato che cambia radicalmente il rapporto tra utente, contenuto e messaggio pubblicitario. La conversazione, per sua natura, è intima e basata sulla fiducia: introdurre al suo interno elementi commerciali significa muoversi su un terreno delicato.
OpenAI ha dichiarato di voler mantenere una separazione netta tra le risposte generate dall’AI e i messaggi sponsorizzati, evitando che la pubblicità influenzi i contenuti informativi. Almeno nella fase iniziale, gli annunci riguarderanno soprattutto gli utenti della versione gratuita, mentre gli abbonamenti a pagamento dovrebbero restare privi di inserzioni. Una distinzione che rafforza il modello freemium, ma che solleva interrogativi più ampi.
Il nodo centrale, infatti, non è solo economico, ma culturale. ChatGPT è percepito da molti come uno strumento autorevole, quasi “consulenziale”. L’ingresso della pubblicità rischia di alterare questa percezione, anche se gli annunci saranno chiaramente riconoscibili. In un ambiente dove la risposta arriva sotto forma di dialogo, la linea tra informazione e promozione può diventare sottile, e la fiducia dell’utente è un capitale fragile.
Allo stesso tempo, questa svolta segna l’inizio di una nuova fase per l’intero ecosistema digitale. Se l’intelligenza artificiale diventa il principale intermediario tra utenti e informazioni, è inevitabile che anche la pubblicità segua questo spostamento. Non più pagine web da visitare, ma conversazioni da abitare; non più clic, ma interazioni. È un cambio di paradigma che mette in discussione il dominio storico dei motori di ricerca e apre una competizione diretta con i grandi player del web.
L’arrivo degli annunci in ChatGPT racconta una verità più ampia: nessuna piattaforma che raggiunga una massa critica così vasta può restare a lungo fuori dalle logiche del mercato. La sfida per OpenAI sarà dimostrare che è possibile integrare la pubblicità senza snaturare l’esperienza, preservando trasparenza, affidabilità e autonomia dell’AI. Perché, in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale diventa sempre più una lente attraverso cui guardiamo il mondo, la fiducia degli utenti vale quanto – se non più – di qualsiasi modello di monetizzazione.



