Piattaforme digitali, lo scontro frontale tra USA ed Europa

Negli ultimi mesi qualcosa si è incrinato in modo evidente nei rapporti tra #StatiUniti ed #Europa. Non si tratta di un semplice contenzioso diplomatico né di una divergenza tecnica su norme e #regolamenti: siamo davanti a uno scontro aperto sul significato stesso di libertà, democrazia e potere nello spazio #digitale. La decisione dell’amministrazione Trump di imporre restrizioni sui visti a esponenti europei coinvolti nell’elaborazione e nell’applicazione delle politiche #UE contro la disinformazione segna un punto di non ritorno. I nuovi “nemici pubblici” degli Stati Uniti non sono potenze ostili o regimi autoritari, ma i garanti delle leggi europee.

Il bersaglio è chiaro: il #DigitalServicesAct. Il regolamento con cui l’Unione Europea ha scelto di imporre alle grandi #piattaforme digitali obblighi di #trasparenza, responsabilità e gestione dei contenuti illegali. Per Washington, o meglio per l’attuale amministrazione americana, queste norme rappresentano una minaccia. Non tanto alla libertà di espressione, quanto al modello di dominio economico e culturale costruito dai giganti tech statunitensi. Il Primo Emendamento, pilastro della democrazia americana, viene così reinterpretato e trasformato in un’arma geopolitica: o l’Europa rinuncia a regolare lo spazio digitale, oppure verrà trattata come un “paese ostile”.

La lista delle persone colpite dal divieto di ingresso negli Stati Uniti è altamente simbolica. Spicca il nome di Thierry Breton, ex Commissario europeo per il Mercato Interno e principale architetto del DSA. Colpire lui significa colpire l’intero impianto normativo europeo, approvato democraticamente dal Parlamento e dai 27 Stati membri. Breton non ha usato mezzi termini, parlando apertamente di una “caccia alle streghe in stile maccartista”. Ed è difficile dargli torto: qui non si sanzionano atti illegali, ma idee, ruoli istituzionali e attività di regolazione.

Ancora più grave è l’estensione dell’attacco alla società civile. Attivisti, ricercatori e organizzazioni che si occupano di contrasto all’odio online e alla disinformazione vengono trattati come una minaccia. HateAid, il Global Disinformation Index, il Center for Countering Digital Hate: realtà che hanno documentato abusi, flussi finanziari opachi e distorsioni algoritmiche diventano bersagli politici. Non è un caso che Elon Musk abbia tentato in passato di mettere a tacere legalmente la CCDH, fallendo davanti a un giudice americano che ha riconosciuto l’evidente fastidio dell’azienda verso le critiche ricevute.

Il caso di Imran Ahmed è emblematico. Residente permanente negli Stati Uniti, ora cita in giudizio l’amministrazione Trump per violazione dei suoi diritti costituzionali. La sua battaglia rischia di diventare un simbolo di resistenza civile contro una politica che mira a colpire chiunque promuova regolamentazioni digitali considerate “ostili” agli interessi americani. È il segnale che lo scontro ha superato i confini della diplomazia ed è entrato nel terreno dei diritti fondamentali.

L’Europa, almeno a parole, ha reagito compatta. La Commissione Europea e diversi governi nazionali hanno definito le restrizioni sui visti un atto ostile e intimidatorio. Ursula von der Leyen ha ribadito che la libertà di parola è un pilastro della democrazia europea, ma che essa non coincide con l’assenza di regole per piattaforme private che influenzano profondamente il dibattito pubblico. Emmanuel Macron ha parlato apertamente di sovranità digitale, rivendicando il diritto dell’Europa di decidere autonomamente le regole del proprio spazio online.

Il contesto in cui tutto questo avviene è tutt’altro che neutro. Dalla rielezione di Trump, gli attacchi all’Unione Europea si sono moltiplicati: dichiarazioni aggressive, documenti strategici che ipotizzano interferenze politiche interne, un sostegno sempre più esplicito a forze sovraniste e populiste europee. In questo quadro, la restrizione dei visti appare come un tassello di una più ampia guerra culturale, in cui l’Europa diventa il bersaglio comune di visioni autoritarie e reazionarie, paradossalmente convergenti anche con gli interessi della Russia di Putin.

Non va dimenticato, inoltre, il possibile legame con la multa inflitta dalla Commissione Europea a X per violazioni del DSA. La reazione di Musk, tra insulti e paragoni deliranti con il “Quarto Reich”, seguita dal blocco degli account istituzionali europei sulla piattaforma, ha assunto i contorni di una vera e propria guerra fredda digitale. È lo scontro tra due modelli: da una parte l’idea che la tecnologia debba essere governata democraticamente, dall’altra la sacralizzazione del mercato e delle piattaforme come spazi presuntamente neutrali, ma in realtà profondamente politicizzati.

La durezza delle parole del segretario di Stato Marco Rubio conferma la natura ideologica dello scontro. Non è una disputa tecnica sulla regolazione, ma un attacco frontale a chiunque osi limitare il potere delle piattaforme americane fuori dai confini degli Stati Uniti. E non è un caso che, parallelamente, l’amministrazione abbia smantellato le strutture dedicate al contrasto della disinformazione straniera, inclusa quella russa, indebolendo anche la cooperazione con le autorità europee.

Cosa può fare ora l’Europa? Le proposte avanzate da studiosi come Anton Shekhovtsov indicano una strada chiara: andare fino in fondo nell’applicazione del DSA, rispondere sul piano politico e diplomatico, e soprattutto investire nella costruzione di un’infrastruttura digitale europea autonoma, fondata su trasparenza, interesse pubblico e responsabilità democratica.

Una cosa è certa: le restrizioni sui visti sono solo il primo colpo. Lo scontro tra questi due modelli di civiltà digitale accompagnerà tutta l’amministrazione Trump. E l’Europa dovrà decidere se arretrare, accettando di diventare terreno di conquista delle piattaforme, oppure difendere con determinazione il principio che la democrazia non può fermarsi alle porte dello spazio digitale.

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