L’Italia è la prima a introdurre la tassa sulla copia privata nel cloud e scoppia la rivolta dell’Ict

Sta facendo discutere la decisione del ministero della #Cultura di aggiornare il sistema dell’equo #compenso sul #diritto d’autore introducendo, per la prima volta, una sorta di “tassa” anche sugli #spazi di #archiviazione nel #cloud. Il decreto firmato dal ministro Alessandro Giuli, ora in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, modifica infatti le tariffe che da anni vengono applicate ai dispositivi tecnologici – come smartphone, computer e supporti di memoria – per compensare autori ed editori della possibilità che gli utenti effettuino copie private di opere protette, come musica o video. La novità più significativa è proprio l’estensione di questo meccanismo ai servizi cloud, cioè agli spazi online dove gli utenti archiviano file e dati. In pratica, per la prima volta al mondo, l’Italia introduce un contributo calcolato anche sulla capacità di archiviazione digitale disponibile sui server remoti. Secondo le indicazioni che emergono dal provvedimento, il compenso sarebbe pari a 0,0003 euro al mese per ogni gigabyte di memoria fino a 500 GB e scenderebbe a 0,0002 euro per i gigabyte successivi, con un tetto massimo di 2,4 euro mensili per utente e con l’esenzione per gli spazi inferiori a un gigabyte. Si tratta di cifre apparentemente modeste, ma sufficienti ad accendere un dibattito molto acceso che coinvolge industria culturale, aziende tecnologiche e associazioni di categoria. Da una parte ci sono i sostenitori della misura, tra cui la Federazione industria musicale italiana, Nuovo Imaie e la #Siae, che vedono nell’equo compenso uno strumento necessario per tutelare il lavoro degli autori in un ecosistema digitale dove la riproduzione dei contenuti è diventata estremamente semplice. Negli ultimi anni proprio questo sistema ha garantito alla Siae introiti consistenti, circa 120 milioni di euro l’anno nel triennio 2023-2025, con punte di 150 milioni nel biennio precedente. Dall’altra parte si è però sollevata una forte opposizione da parte delle imprese del settore tecnologico e digitale, che giudicano la misura anacronistica e potenzialmente dannosa per lo sviluppo dell’economia digitale. All’interno di Confindustria si è addirittura aperta una spaccatura: mentre Confindustria Cultura, che rappresenta le imprese dei contenuti culturali, accoglie con favore il provvedimento, Anitec-Assinform, che riunisce le aziende dell’Ict e dell’elettronica di consumo, denuncia la mancanza di un vero confronto con il settore e chiede l’apertura urgente di un tavolo politico per rivedere il decreto. Le critiche non arrivano solo dalle associazioni italiane. Anche alcune grandi aziende tecnologiche hanno espresso forti perplessità. Tra le voci più nette c’è quella di Google, secondo cui l’Italia avrebbe scelto una strada senza precedenti a livello internazionale, introducendo un compenso anche su spazi cloud gratuiti o addirittura non utilizzati, basandosi sull’ipotesi che possano essere usati per archiviare contenuti protetti. Una scelta che, secondo i critici, ignora il fatto che oggi la maggior parte degli utenti utilizza il cloud per salvare fotografie, documenti o backup personali, mentre la fruizione di musica e video avviene sempre più spesso attraverso piattaforme di streaming legali. Inoltre, viene sottolineato che la copia privata viene già compensata al momento dell’acquisto dei dispositivi hardware, rendendo questa nuova misura una possibile doppia imposizione lungo la filiera. Anche altre associazioni del settore digitale, come Aiip e Assintel, hanno espresso forte preoccupazione, arrivando a valutare persino un ricorso contro il provvedimento. Secondo queste organizzazioni, l’estensione del compenso allo storage cloud rischia di colpire indiscriminatamente anche servizi utilizzati da imprese e pubbliche amministrazioni per attività essenziali come backup, sicurezza dei dati e continuità operativa. A ciò si aggiungono timori legati all’impatto sui costi per cittadini e aziende e alla possibile perdita di competitività del mercato italiano rispetto ad altri Paesi europei, soprattutto in un momento in cui si discute sempre più di sovranità digitale e di rafforzamento delle infrastrutture cloud nazionali ed europee. In questo clima di tensione, la decisione del ministero appare destinata a rimanere al centro del dibattito pubblico ancora a lungo, tra chi la considera un necessario aggiornamento delle tutele del diritto d’autore nell’era digitale e chi invece la vede come un freno allo sviluppo tecnologico e all’innovazione.

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