Per anni l’#accessibilitàdigitale è stata considerata da molte aziende soprattutto come una buona pratica: rendere un sito più semplice da utilizzare, migliorare l’esperienza degli utenti e permettere anche alle persone con disabilità di accedere a informazioni e servizi online. Nel 2026, però, il tema entra in una fase più concreta. Con l’adozione delle nuove #Lineeguida dell’Agenzia per l’Italia Digitale, pubblicate nel marzo 2026, diventano infatti più chiare le modalità attraverso le quali verrà verificato il rispetto degli obblighi previsti dalla normativa italiana che ha recepito l’European #Accessibility Act. Per molte imprese il messaggio è semplice: l’accessibilità non può più essere considerata soltanto un elemento aggiuntivo da affrontare quando si rifà un sito, ma diventa un requisito da valutare nella #progettazione e nella #gestione di alcuni servizi digitali.
Il punto di partenza è l’European Accessibility Act, la direttiva europea che punta a rendere più accessibili prodotti e servizi fondamentali per la vita quotidiana e per l’economia digitale. In Italia le disposizioni sono state recepite con il decreto legislativo n. 82 del 2022 e, per i prodotti e i servizi interessati, gli obblighi si applicano a partire dal 28 giugno 2025. Il 2026 rappresenta però un passaggio importante perché #AgID ha definito attraverso le nuove Linee guida strumenti e indicazioni operative per la valutazione della conformità, assumendo un ruolo di vigilanza sul rispetto dei requisiti di accessibilità per i servizi che rientrano nella propria competenza.
Ma cosa significa, concretamente, accessibilità digitale? Significa progettare un sito, un’applicazione o un servizio online in modo che possa essere utilizzato anche da persone con disabilità visive, uditive, motorie o cognitive. Un sito accessibile, per esempio, deve poter essere navigato correttamente anche attraverso strumenti assistivi, come i lettori di schermo, deve presentare testi e contenuti comprensibili, immagini e altri elementi non testuali accompagnati da alternative adeguate e caratteristiche grafiche che favoriscano la leggibilità. La normativa richiede in generale che i servizi siano percepibili, utilizzabili, comprensibili e solidi dal punto di vista tecnico, affinché possano funzionare in modo adeguato anche con le tecnologie assistive.
La domanda che molte aziende si stanno facendo è però un’altra: il mio sito deve essere accessibile per legge? La risposta dipende dal tipo di attività svolta e dal servizio offerto. Le disposizioni del decreto legislativo n. 82 del 2022 riguardano, tra gli altri, i servizi di comunicazione elettronica, l’accesso ai servizi di media audiovisivi, alcuni servizi digitali legati al trasporto passeggeri, i servizi bancari per consumatori, gli e-book e il relativo software, ma soprattutto i servizi di commercio elettronico. Questo significa che per molte aziende il tema non riguarda genericamente qualsiasi pagina internet, ma diventa particolarmente rilevante nel momento in cui il sito permette effettivamente agli utenti di acquistare prodotti o servizi online.
Esiste inoltre un’importante eccezione per le microimprese che forniscono servizi: la normativa esclude dall’obbligo le imprese con meno di dieci dipendenti e con un fatturato annuo oppure un totale di bilancio annuo non superiore a due milioni di euro. Anche in questo caso, però, l’esenzione non dovrebbe essere interpretata come un invito a ignorare completamente l’accessibilità. Un sito difficile da utilizzare può infatti escludere una parte significativa dei potenziali clienti e creare problemi di esperienza utente indipendentemente dall’esistenza di un obbligo normativo.
Il vero cambiamento del 2026 riguarda quindi soprattutto il passaggio dalla teoria alla verifica. Le nuove Linee guida adottate da AgID definiscono il quadro per valutare la conformità dei servizi e per svolgere l’attività di vigilanza. In altre parole, le aziende che rientrano nell’ambito della normativa devono iniziare a considerare seriamente la possibilità che la conformità del proprio servizio digitale venga verificata. E quando si parla di accessibilità non basta controllare velocemente la homepage: il problema può riguardare una procedura di acquisto impossibile da completare con la tastiera, un modulo non leggibile da un lettore di schermo, un pulsante senza un’etichetta comprensibile, un contrasto insufficiente o informazioni importanti disponibili soltanto attraverso immagini e contenuti non accessibili.
Il sistema prevede anche sanzioni. Per le violazioni dei requisiti di accessibilità o degli altri obblighi stabiliti dal decreto, possono essere applicate sanzioni da 5.000 a 40.000 euro, valutate in base alla gravità della non conformità, al numero dei servizi coinvolti e agli utenti interessati. Sono inoltre previste sanzioni da 2.500 a 30.000 euro in caso di mancata collaborazione con l’Autorità di vigilanza o di mancata ottemperanza alle richieste formulate. Per alcune grandi realtà già soggette alla normativa italiana sull’accessibilità digitale possono inoltre trovare applicazione regole sanzionatorie differenti, fino a una percentuale del fatturato prevista dalla legge.
Per le aziende, quindi, la prima cosa da fare non è correre ad aggiungere un generico pulsante di “accessibilità” al sito. AgID chiarisce infatti che i cosiddetti overlay, cioè gli strumenti che si sovrappongono al sito promettendo di correggere automaticamente i problemi di accessibilità, non garantiscono da soli la conformità alla normativa. L’accessibilità deve essere affrontata più a monte, intervenendo concretamente sulla progettazione, sul codice, sui contenuti e sulle modalità con cui gli utenti interagiscono con il servizio.
Il 2026 può quindi essere considerato l’anno in cui molte imprese dovranno smettere di chiedersi se l’accessibilità digitale sia una questione soltanto tecnica. Un sito web oggi è spesso un negozio, uno sportello, un servizio clienti, una piattaforma di pagamento e il principale punto di contatto tra un’azienda e il pubblico. Se una persona non riesce a utilizzarlo, il problema non riguarda semplicemente il design, ma la possibilità stessa di accedere a un servizio.
La novità più importante per aziende e professionisti è forse proprio questa: i controlli e la vigilanza portano l’accessibilità fuori dalla categoria delle semplici “buone intenzioni”. Per le realtà coinvolte dalla normativa, ignorare il problema può ora avere conseguenze anche sul piano della conformità e delle sanzioni. Per tutte le altre, invece, rappresenta comunque un’opportunità per ripensare il proprio sito in modo più inclusivo e funzionale. Prima di chiedersi se il proprio sito sia bello, veloce o ben posizionato su Google, nel 2026 molte aziende dovranno quindi aggiungere una nuova domanda: può essere davvero utilizzato da tutti?



